
Gli anni del Novecento sono stati squassati da due guerre mondiali, dal genocidio antisemita nazista, da una Guerra Fredda che stava per causare un olocausto nucleare e l’annientamento (sfiorato) della specie umana e del pianeta. Tutto cio’ sembrava aver portato a un rifiuto collettivo e definitivo della guerra e dei suoi orrori. In Occidente si volle scolpito, nelle coscienze delle nuove generazioni, un imperativo: mai più una guerra con migliaia di morti, con i soldati al fronte, le brutalità sui civili. Dopo le atrocità incommensurabili del secondo conflitto mondiale si decise cioè, per opera dei vincitori, di impostare un nuovo assetto, una struttura basata sulla “comunità internazionale” dei “dichiarati” diritti dell’uomo, inalienabili e universali. Una comunità basata sulla preminenza degli scambi commerciali, della cooperazione, che è stata consolidata e ha continuato a funzionare, in Occidente, fino a pochi mesi fa. Ma la guerra, nonostante tutto, dopo pochi decenni dal secondo conflitto mondiale, è tornata all’interno dei confini geografici europei. Si attesta, con rinnovata violenza, ai confini dell’Europa fisica e nel mai pacificato Medio Oriente.
I recenti conflitti, esplosi nel periodo maturo della “civiltà della tecnica”, hanno mostrato che il nuovo guerreggiare, da una parte, si basa su antiche e inevitabili dinamiche (i sentimenti popolari, la propaganda, le alleanze) e, dall’altra, introduce modalità inedite, quasi tutte abilitate dalle nuove tecnologie, su cui la pacifica Europa si trova, obtorto collo, a doversi aggiornare e premunire per motivi di deterrenza. Gli scenari geopolitici delineano infatti un contesto in cui l’Europa dovrà difendersi, da sola, da possibili attacchi (veri o presunti) del vicino russo. La motivazione principale è che la Russia sia entrata in un’economia di guerra, diventando una macchina industriale difficile da arrestare, e che ciò potrebbe rappresentare, di per sé, una spinta inevitabile verso politiche imperialiste a scapito dei Paesi europei. L’Europa deve quindi essere pronta a controbattere militarmente oppure a dimostrare, almeno sulla carta, di essere pronta a farlo.
È interessante fare l’esercizio, nello sconcertante risveglio delle fucine delle armi, di provare a delineare cosa non sia cambiato nella guerra, almeno negli ultimi secoli della storia moderna e contemporanea. Tre sono alcuni tra i principali pilastri che ci sembrano invariati: i popoli con i loro sentimenti, il gioco delle strategie di Stati-nazione egemoni e la propaganda, usata come strumento di indirizzo dei conflitti.
I popoli e il loro sentire: combustibile dei conflitti
I sentimenti dei popoli alimentano la guerra, in particolare quelli negativi come odio, risentimento e paura: i cosiddetti sentimenti del “diaframma”. Il sentimento negativo verso la controparte, verso il nemico, è il vero combustibile di una guerra. Nei conflitti mondiali europei i sentimenti dei popoli, animati da rivendicazioni territoriali, da ricerche di spazi vitali o da volontà di ripianare una vittoria “mutilata”, sono stati i motivi profondi, cavalcati dalla classe politica, per alimentare la spinta bellicosa popolare. Ancora oggi, nei conflitti in corso come quelli in Ucraina e a Gaza, i popoli e le etnie coinvolte nei conflitti sono irriducibilmente, storicamente, in antitesi e hanno inflitto danni atroci all’altra parte, generando odio, paura, risentimento. Le emozioni collettive, spesso tramandate nella storia identitaria di un popolo, sono le “pile atomiche” per sostenere le avversità di un conflitto che richiede intenso sforzo e costanza disperata.
Per fare la guerra, il primo ingrediente è dunque ancora un “umanissimo” sentimento negativo diffuso, un sentimento radicato nel popolo-nazione, che come tale si concepisce. È ancora il popolo inoltre l’attore che sostiene il prezzo reale della guerra: con le vittime militari e i soldati in prima linea, il cui morale e la cui convinzione sono cruciali per proseguire il conflitto e, in secondo luogo, con la popolazione civile che supporta gli enormi sforzi logistici, produttivi e quotidiani di una società in guerra. Un popolo, perché si dia guerra, deve essere disposto a sospendere il periodo di pace per un motivo che deve apparire, e deve essere sentito soprattutto, come inderogabile, necessario, viscerale. I popoli sono infatti gli artefici, spesso inconsapevoli, dei conflitti …e questo è chiaro per gli attori in gioco, soprattutto per le fazioni vincitrici della storia che, eliminate le élite politiche antagoniste, infliggono punizioni esemplari, dirette e indirette, a tutta la popolazione avversaria. Il messaggio dei vincitori è il medesimo da sempre: “la colpa delle guerre è dei popoli e su di loro ricadranno le maggiori punizioni”. (1) È raro che le élite tecnico-amministrative che “fanno le guerre” subiscano i danni maggiori: a volte vengono puniti solo i capi, i vertici, ma le burocrazie, gli apparati amministrativi che sostengono -di fatto- i conflitti vengono riciclate dai governi successivi per garantire continuità, efficacia e rapido disimpegno dal teatro di guerra. Laddove cio’ non accade (es. Guerra di Iraq del 2003) la transizione è lenta e impegna i vincitori per lunghi e incerti periodi di amministrazione per procura.
Il gioco degli interessi nazionali e la strategia dell’egemone
Nell’ordito delle relazioni geopolitiche, la potenza egemone e i suoi contendenti che ricercano un dominio assoluto o relativo, si trovano al centro dei maggiori avvenimenti storici. Ne producono le cause e ne gestiscono gli effetti. La potenza egemone, spesso imperialista, agisce cioè per accendere, accelerare o sedare i conflitti, secondo le sue proprie strategie che devono confermarla o affermarla come potenza dominante. Tutto il resto si muove al contorno.
Negli ultimi due secoli, la figura geopolitica egemone sono stati gli Stati Uniti, che in questa decade corrente stanno riconfermando il loro ruolo di impero dominante. Lo riaffermano nei confronti di vecchi contendenti, come la Russia, e nuovi antagonisti, come la Cina. Molto della novità che accade nello scacchiere delle alleanze, nello scenario economico e militare, nei focolai di conflitto che si accendono nel globo, negli spostamenti degli equilibri politici degli Stati satellite-alleati, è informato dalla volontà delle potenze principali. E questo processo prevale su tutte le altre dinamiche che regolano le relazioni tra Stati: diplomazia, cooperazione, scambi economici, diritto internazionale… Anche gli organismi di collaborazione internazionale, dal secondo dopoguerra, sono stati legittimati , in maggior parte, dal ruolo di “garante” dell’egemone. A causa del declino del ruolo egemonico degli USA, oggi infatti si toglie reale efficacia alle istituzioni internazionali (ONU, NATO, OMC…). Organismi che appaiono, talora, come stanze di compensazione vuote, in cui chi ha forza, la esercita.
L’egemone USA ha avuto nella storia recente, una presenza netta e riscontrabile in quasi tutti i domini sociali, militari ed economici: dalla gestione degli schieramenti della politica interna degli Stati satellite, alle istituzioni internazionali, NATO e ONU, fino all’impostazione del modello e delle regole degli scambi commerciali, alla cultura, ai fenomeni sociali e mediatici. L’impero è stato, per la maggior parte dei casi, la causa e il fine dei principali cambiamenti economico-politici sullo scacchiere internazionale; cambiamenti presentati, ogni volta, con slogan più “digeribili” dagli Stati satellite: democrazia, libero commercio, sicurezza preventiva, lotta al terrorismo. (2)
La figura dell’egemone a “stelle e strisce” è oggi in crisi; dopo quasi ottant’anni di predominio assoluto (3), l’impero statunitense arranca: diviso internamente in fazioni sociali alternative nelle loro proposizioni (coste vs entroterra), messo in difficoltà dall’avanzata economico-militare cinese e ossessionato dalla rincorsa tecnologica dalle risorse naturali necessarie (chiedere di Maduro a New York), che possono garantirgli un vantaggio strategico. Si ipotizzano quindi nuovi scenari, forse addirittura la sospensione del ruolo egemonico USA, verso un’impostazione globale a sfere di influenza relative. Sicuramente lo scacchiere delle alleanze è in ridefinizione e ogni Stato sta cercando, attraverso posizionaenti strategici, di confermare o ricoprire nuovi ruoli negli spazi che verranno lasciati scoperti.
Propaganda e narcosi 2.0 dei popoli
Nelle società attuali, composte da milioni di individui con un accesso potenzialmente libero all’informazione, il controllo sociale gioca un ruolo fondamentale. La propaganda permea media, social, carta stampata e guida giudizi e coscienze, segmenta fazioni, semplifica ciò che è reale e vero a uso di chi deve decidere e influenzare la popolazione. Serve a narcotizzare il senso critico che potrebbe, anche con l’azione di poche migliaia di persone, sconvolgere le strategie dei decisori. Deve influenzare il vero combustibile delle azioni dei popoli, soprattutto in tempo di guerra: il loro sentimento. La propaganda, pensata per realizzare le strategie delle elite egenoni, informa stampa, televisione e rete globale. Gli algoritmi del consenso e del dissenso lavorano, senza sosta, per muovere impercettibilmente le coscienze e trasformare teorie in prassi. Tecniche come il “nudging”, ” la rana bollita”, “salami slice” sono diventate di dominio comune. Assodato che i popoli sono gli attori della storia, la propaganda prova a orientarne il loro sentire affinché si allinei ai desideri strategici dei decisori politici.
Il martellamento mediatico, in Occidente, è stato così sistematico che ha prodotto in ampi strati sociali occidentali, una crescente difficoltà a formare un pensiero critico individuale e poi collettivo. I popoli del mondo globalizzato appaiono come narcotizzati da decenni di consumismo, intrattenimento, benessere superficiale, individualizzazione e parcellizzazione sociale. L’uso invasivo dei social network e dei contenuti mediali ha accentuato questo senso di spaesamento, disancoramento, frammentazione. Un quadro che il pensiero del filosofo Byung-Chul Han, nell’opera “Non cose” descrive come senso di irrealtà, spersonalizzazione e malessere psicologico delle società fondate sull’isolamento psichico. Un terreno fertile per il condizionamento sociale e il tentativo di controllo che diventano fondamentali quando i venti di guerra cominciano a soffiare.
Il risultato della propaganda, sommata alla narcosi individualista, è una percepita impotenza dei popoli davanti agli eventi. In Europa questo fenomeno appare in modo plastico quando diventa (quasi) accettabile per la pubblica opinione un riarmo massiccio e un potenziale intervento di soldati europei in un conflitto. A ottant’anni di distanza da una guerra mondiale che sembrava aver inciso un rifiuto irreversibile della violenza armata.
Il sintomo dell’abuso della propaganda è riconoscibile in tutto l’Occidente: fazioni polarizzate, dibattito banalizzato in “pro” e “contro”, giudizi morali assoluti che conferiscono patenti di cittadinanza, slogan ossessivi presentati come verità non negoziabili. In Europa, in pochi mesi, grazie alle tecniche di propaganda si è passati, senza frizione, da una narrazione sociale ossessionata da una rivoluzione ambientale green, a una riconversione delle stesse industrie verso la produzione di armi pesanti. E i cannoni forse ancora tacciono, ma le fabbriche che li producono hanno già acceso le loro fornaci.
(1) La tassonomia di questa dinamica, spesso inconsiderata dalle riletture storico-sociali, è purtroppo ampissima. Basta attingere ai conflitti del Novecento per constatare che le vittime civili hanno superato in modo esponenziale quelle militari, con un rapporto triplicato dalla Prima guerra mondiale alla Seconda guerra mondiale fino ai conflitti contemporanei del XXI secolo. Anche il modus operandi dei militari rappresenta plasticamente la responsabilità attribuita ai popoli: nel secondo conflitto mondiale la condotta degli alleati inglesi e statunitensi, nei confronti di tedeschi e giapponesi, ha incluso punizioni di massa specialmente contro i civili, come ad esempio i seicento mila morti tedeschi sotto i bombardamenti alleati, i bombardamenti sulle città italiane alleate dell’Asse con gravi danni al patrimonio artistico, soprattutto da parte degli inglesi, le due bombe atomiche sganciate sulla popolazione giapponese. In questo caso, secondo diversi esperti, l’utilizzo della bomba atomica è stato ad uso “tattico” e non strategico: servì soprattutto a testare una nuova arma definitiva, lanciare un messaggio di supremazia tecnologica. Altre brutalità contro i civili sono state, nella seconda metà del XX, quelle della Cambogia dei Khmer Rossi (1975–1979), dove la guerra ideologica si è rivolta contro la popolazione stessa, causando circa due milioni di morti civili tra esecuzioni, carestie indotte e lavori forzati oppure nel Vietnam con un totale di circa due milioni e mezzo di vittime civili coinvolti nella guerra tra Nord e Sud.
Ingenti ancora i danni causati alla popolazione civile nei conflitti recenti degli anni 2000 : l’Iraq con centomila vittime civili, l’Afghanistan con altrettante. Nel conflitto siriano iniziato nel 2011, la popolazione civile ha pagato il prezzo più alto, con oltre cinquecento mila morti e milioni di sfollati a seguito di bombardamenti urbani, assedi prolungati e violenze sistematiche. E ancora, recentemente, la Palestina con sessantamila vittime civili inflitte, di cui due terzi donne e bambini.
(2) Anche oggi le principali potenze sono posizionate, in prima o seconda linea, nella gestione dei conflitti in corso, in particolare in Ucraina e in Israele: dalla strategia di avanzamento della NATO verso Est dopo la caduta dell’URSS, che accompagna una politica estera ucraina sempre più filo-occidentale, a un processo che intreccia dinamiche di autodeterminazione nazionale con interessi strategici più ampi, includendo il supporto militare e la fornitura di armi -dal blocco occidentale-finalizzati a sfiancare il nemico russo e a testarne le capacità. A ciò si affiancano i più recenti tentativi di apertura diplomatica USA verso la stessa Russia, volti ad allentarne il legame con la Cina, vero rivale strategico degli Stati Uniti, insieme al progressivo ridimensionamento del supporto militare-difensivo al partner europeo, accompagnato da richieste di riarmo e dazi, per consentire un maggiore concentramento sulle strategie del Pacifico.
(3) L’URSS, nella Guerra Fredda, non ha mai costituito un’alternativa globale simmetrica: ha permesso invece un mondo polarizzato che, di fatto, ha contribuito a rinforzare il ruolo degli USA.



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