Negli anni ’50–’60, l’Italia mise le basi di uno dei sistemi di industria pubblica più articolati d’Europa, riuscendo a creare una complessa architettura industriale pensata per sostenere lo sviluppo del Paese nel secondo dopo guerra. L’Italia in quegli anni aveva impostato un’industria di Stato allargata, basata su scelte di sviluppo strategico e che puntavano all’eccellenza industriale delle aziende di stato. Componenti chiave erano l’innovazione tecnologica, l’indipendenza energetica e l’autonomia strategica nazionale.
Sotto la guida di leader politici e industriali come Alcide De Gasperi ed Enrico Mattei, l’Italia decise di trasformarsi in uno “Stato imprenditore”, abbracciando un modello a metà tra il capitalismo liberista anglosassone e il collettivismo sovietico. Il modello “italiano” prevedeva che lo Stato diventasse un attore diretto nei settori ritenuti strategici di energia, acciaio, telecomunicazioni, trasporti, infrastrutture, chimica, difesa, meccanica avanzata.
Nel giro di pochi decenni l’Italia si trasformò, così, da Paese prevalentemente agricolo del dopoguerra, alla quinta potenza industriale mondiale degli anni ’70, con una percentuale di produzione industriale sul PIL tra le più alte d’Europa (40-45%).
Il modello
La struttura di questo modello era basata principalmente sull’IRI — Istituto per la Ricostruzione Industriale — creato nel 1933, in epoca di dittatura fascista, da Alberto Beneduce (economista ed ex ministro del lavoro del Regno di Italia) come risposta alla crisi economico, bancaria e industriale del 1929. Nel dopoguerra l’IRI diventò uno dei più grandi conglomerati industriali pubblici del mondo, con oltre 500.000 dipendenti e partecipazioni in quasi tutti i settori strategici dell’economia italiana. L’IRI infatti controllava: Finsider nell’acciaio e siderurgia, STET nelle telecomunicazioni, Finmeccanica nella difesa e aerospazio, Fincantieri nella cantieristica navale, Autostrade nelle infrastrutture, Alitalia nel trasporto aereo, SGS-ATES nella microelettronica, (diventata poi STMicroelectronics) e molte altre realtà industriali.
Gli economisti e strateghi della politica industriale erano figure professionali che poi sono andate, via via, eclissandosi nella galassia della politica italiana e nella formazione prettamente finanziaria e manageriale delle facoltà di economia degli atenei. Edificarono un ecosistema industriale organico dove tecnologia, energia, manifattura, infrastrutture e ricerca avevano un’impronta strategica e operativa di ampiezza nazionale.
Insieme all’IRI c’era anche ENI — Ente Nazionale Idrocarburi — creato nel 1953 da AGIP e guidata da Enrico Mattei, fondatore dell’Ente che era stato chiamato ,nel dopo guerra, a dismetterla e che invece rilanciò con ENI. L’Ente rappresentava un ecosistema energetico-industriale basato sull’ estrazione del petrolio ma controllava anche AGIP per la distribuzione carburanti, SNAM per realizzazione di reti gas e gasdotti, Saipem per l’impiantistica energetica, ANIC per la petrolchimica, Nuovo Pignone per la meccanica energetica (un’azienda di punta per capacità ingegneristiche e tecnici impiegati)… oltre a raffinerie, ricerca geologica, trasporto energetico e attività petrolifere internazionali. Era cioè una struttura articolata che copriva l’intera filiera del petrolio. Enrico Mattei tentò, con le attività del gruppo, di garantire soprattutto una autonomia energetica italiana rispetto alle “Sette Sorelle”, le grandi compagnie petrolifere angloamericane di allora come Exxon, BP e Shell.-1-. Mattei all’epoca firmò infatti accordi diretti con Iran, Algeria, Egitto e URSS offrendo condizioni economiche più favorevoli ai Paesi produttori rispetto alle major occidentali e questo rese ENI anche uno strumento di geopolitica italiano nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Da questa impostazione industriale di allora, si sostiene tutt’ora che la politica estera italiana coincida massimamente con gli interessi di ENI.
Lo Stato imprenditore
Dal punto di vista teorico, questo modello economico di stato imprenditore e innovatore, rifletteva in parte il pensiero dell’economista John Maynard Keynes: lo stato aveva un ruolo attivo nell’economia per bilanciarne gli effetti negativi e perseguire una strategia politica. Lo Stato non si limita a sostenere la domanda economica tramite la spesa ma costruisce direttamente la capacità produttiva, infrastrutture industriali, ricerca tecnologica e reti strategiche nazionali. Era cioè una forma di economia mista e industriale che utilizzava le competenze tecnico -manageriali, già fiorenti negli anni ’20-’40 nel Paese, e che derivavano principalmente dagli Istituti Politecnici e dalle scuole tecniche. Le stesse aziende dell’epoca inoltre costituirono vere e proprie “aree di scuola manageriale” e di formazione in cui formavano attivamente i dipendenti e dirigenti (scuola fece quella di Olivetti).
L’inflazione e le ricette economiche neo-liberiste
Negli anni ’70 però il sistema economico-finanziario internazionale entrò in crisi: l’inflazione crebbe, anche per shock energetici esterni, come la crisi petrolifera del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 e la fine del sistema Bretton Woods nel 1971. Nel mondo si corse ai ripari per tutelarsi dall’inflazione e dall’aumento dei debiti pubblici, dando credito a scuole di pensiero economiche liberiste e neo-liberiste. Tuttavia, il debito pubblico italiano, in quella fase, restò ancora relativamente sotto controllo, intorno al 55–60% del PIL fino all’inizio degli anni ’80 in cui si affermo’ il neoliberismo di Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher nel Regno Unito. Teorie economiche e pratiche basate fondamentalmente su privatizzazioni, deregolamentazione finanziaria, liberalizzazione dei capitali e riduzione del ruolo economico dello Stato.
Privatizzazioni e neoliberismo in Italia
In Italia il primo spartiacque arrivo’ nel 1981 con il cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, promosso dal ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi che ebbe luogo tramite un semplice scambio di lettere private -2/3- . Sancirono che la Banca d’Italia non fosse più obbligata a comprare i titoli di Stato invenduti, lasciando quindi fluttuare verso l’alto i tassi di interesse del debito. Questo espose maggiormente il debito pubblico italiano ai mercati finanziari e ai rialzi dei tassi di interesse. Negli anni successivi il rapporto debito/PIL, infatti, esplose: dal circa 58% del PIL nel 1980 fino oltre il 120% negli anni ’90. Un aumento derivato proprio dalla crescita della spesa per interessi sul debito che oggi rappresenta il 60-70% di motivo reale del debito.
Negli anni ’90 arrivò, a seguire, la grande stagione delle privatizzazioni italiane. Le figure centrali, gli esecutori di queste attività finanziarie di cessione di asset pubblici furono Romano Prodi, ex presidente dell’IRI e poi Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, presidente del Consiglio nel 1992 durante la crisi finanziaria italiana, e Mario Draghi, direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001.
Le privatizzazioni spesso vennero presentate come necessarie per entrare nella moneta comune dell’euro, ridurre il debito pubblico, contenere l’inflazione e modernizzare il Paese attraverso il libero mercato.
Nel 1992 avvenne anche l’emblematico incontro sul panfilo Britannia, yacht reale britannico, dove esponenti della finanza internazionale, banche d’affari e manager pubblici governativi italiani discussero delle future privatizzazioni italiane. Per molti storici e critici questo episodio diventò il simbolo (lontano dai riflettori delle assemblee democratiche) dell’apertura del capitalismo pubblico italiano alla finanza anglosassone. Il futuro premier Draghi era presente all’incontro e Prodi, che pochi anni prima guidava il gigantesco sistema industriale dell’IRI, gestirà parte della stagione di smantellamento delle partecipazioni pubbliche italiane (Telecom, Autostrade, Ilva, Unicredit, Intesa San Paolo…). – 4-
Anche ENI venne trasformata in società per azioni nel 1992 e progressivamente privatizzata attraverso collocamenti in Borsa nel 1995, 1996 e 1998. A differenza di Telecom Italia, lo Stato mantenne però una quota strategica attorno al 30% tramite Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti. Il restante 70% circa fu allocato sui mercati internazionali e in gran parte da investitori istituzionali globali. Situazione simile si presento’ anche per Enel, Leonardo e le banche tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo (40-60%). Leonardo e Fincantieri mostrano anch’esse una forte presenza di fondi internazionali USA e UK. I nomi ricorrenti dei fondi di investimento strategici internazionali erano (e sono) quasi sempre gli stessi: BlackRock, Vanguard e State Street, i tre giganti finanziari statunitensi che gestiscono complessivamente oltre 20.000 miliardi di dollari di asset.
Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 vennero anche ceduti miliardi di lire di immobili pubblici (ENI in primis), tramite il fondo immobiliare Metanopoli a uno dei fondi immobiliari di Goldman Sachs: sedi direzionali, uffici, patrimoni residenziali, immobili industriali, caserme, magazzini e asset accumulati in decenni di capitalismo pubblico.
L’obiettivo delle privatizzazioni era “fare cassa” rapidamente, ridurre il debito pubblico e rispettare i parametri europei di Maastricht necessari per entrare nell’euro. Una parte di queste operazioni venne strutturata con il coinvolgimento delle grandi banche d’affari internazionali come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch e JP Morgan, che in quegli anni assunsero un ruolo sempre più centrale nella ristrutturazione finanziaria dello Stato italiano e che fornivano consulenza, servizi e modelli finanziari di riferimento.
In sostanza, patrimoni accumulati in decenni di industrializzazione pubblica vengono progressivamente trasformati da infrastruttura strategica nazionale ad asset finanziario collocabile sui mercati globali.
Secondo numerose ricostruzioni giornalistiche ed economiche, molte dismissioni pubbliche avvennero in una fase di forte pressione finanziaria sui conti italiani e i leader politici e tecnici dell’epoca vengono accusati di avere ceduto asset strategici a valori inferiori rispetto al loro potenziale di lungo periodo. Quelle stesse figure politiche (Romano Prodi, Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi…) diventeranno negli anni centrali in quelle stesse istituzioni europee e internazionali, bancarie, organismi sovranazionali e think thank che avevano, in primis, promosso le teorie e le prassi delle privatizzazioni e della finanziarizzazione dell’economia. Per certi osservatori dunque, parte di questa classe dirigente che guidò privatizzazioni, liberalizzazioni e apertura finanziaria avrebbe cioè successivamente ricoperto ruoli europei, di consulenze internazionali, reti accademiche e relazioni strette con istituzioni bancarie- economiche; secondo il meccanismo delle “porte girevoli”.
In pratica, nel Paese, si passò da un sistema industriale pubblico integrato, capace di coordinare filiere strategiche e di andare di pari passo ai desiderata politici, a un sistema aperto e globale dominato dai mercati finanziari.
Un trade-off non chiaro
Le politiche economico finanziare degli anni 90 e ’20, sembra incontestabile, hanno privato l’Italia di alcune delle principali filiere industriali: ad esempio Olivetti nell’elettronica e informatica, ILVA nell’acciaio, Cirio e Parmalat nell’agroindustria e numerosi asset strategici nel settore telecomunicazioni oltre ad alcuni asset pubblici come le autostrade date in gestione ai privati… Negli anni duemila rimasero partecipate soltanto alcune grandi realtà come ENI, Leonardo, Fincantieri, Ansaldo, parte del settore energetico e difensivo.
Il passaggio economico alle privatizzazioni e liberalizzazioni è stato supportato dalle teorie economiche dominanti dell’epoca ma, nel passaggio, l’Italia ha probabilmente smarrito direzionalità strategica sulle proprie filiere industriali, demandandola a capitali di mercato, spesso esteri. Un secondo punto di riflessione riguarda il grado di “opacità” che queste attività ebbero nei confronti dell’opinione pubblica, dei cittadini: furono raggiunte per consenso di tecnici, ossia per consenso tecnocratico di governi tecnici, istituzioni finanziare nazionali e internazionali, e accademia di settore. Se da una parte il livello di tecnicismo poteva apparire come una barriera di conoscenza per i piu’, d’altra parte le conseguenze economico-industriali conseguenti hanno determinato riscontri su tutta la cittadinanza. Cittadini che, proprio per questo motivo, potevano e dovevano essere maggiormente informati e coinvolti.
Se osserviamo poi gli obiettivi dichiarati delle privatizzazioni: riduzione del debito, contenimento dell’inflazione, maggiore efficienza delle aziende pubbliche, il quadro appare controverso se non controproducente.
Il debito pubblico italiano nel lungo periodo è aumentato: da circa 90% PIL nei primi anni ’90 fino oltre il 140% dopo le grandi crisi recenti. E con un punto da tenere in considerazione: l’Italia dagli anni 90, fino agli anni correnti, ha avuto quasi sempre un disavanzo primario (ha speso meno in servizi pubblici di quanto avesse incassato con le tasse), anche con il divieto dal 2002 di stampare propria moneta e quindi di comprare i propri titoli di stato a interessi calmierati da una propria banca centrale. L’Italia da allora-come evidenziato- paga un’esposizione al mercato internazionale degli interessi su debito, per allocare i suoi titoli, a un costo di circa 80-90MD di euro per anno ! Al contempo per pareggiare l’esborso si continua ad attuare una delle maggiore tassazioni sul lavoro d’Europa ! Due istanze, gli alti interessi e il lavoro iper tassato (insieme alla bassa produttività), che condizionano l’economia reale in modo determinante.
La lettura complessiva è che l’Italia, con adozione di modelli teorici economici sub-ottimali per i suoi interessi strategici, abbia progressivamente perso autonomia industriale e capacità strategica, diventando sempre più dipendente da meccanismi e potenze finanziarie e industriali estere. Dalla seconda metà degli anni ’90 la produttività italiana ha rallentato drasticamente: tra il 1997 e il 2007 la crescita media della produttività è intorno allo 0,4% annuo, meno di un terzo della media europea. Spesso questo dato legato alla bassa produttività viene spiegato con la frammentazione produttiva delle piccole-medie imprese italiane anche negli anni ’60-’80 le aziende italiane erano prevalentemente piccole e medie ma, parallelamente, c’erano anche grandi gruppi a partecipazione statale e gruppi privati supportati dallo Stato (Es. Fiat). Questi gruppi fungevano da locomotiva tecnologica, finanziaria e di cultura manageriale. Si potrebbe dedurre che il ritiro dello Stato dall’economia poteva avvenire in modo stabile e solido dove già esistevano grandi luoghi di competenze e risorse finanziarie (stock exchange, fondi investimento, banche di affari) che potevano garantire le risorse non piu’ erogate dallo Stato. Mentre in paesi come l’Italia, dove la finanza non era sviluppata e non attirava/gestiva capitali, è semplicimente rimasto un gap; le aziende prima a partecipazione pubbliche sono finite-spesso- sul menu’ di chi aveva capacità finanziaria di acquisirle. Queste stesse realtà che avevano ampi reparti di ricerca e sviluppo, competenze tecniche e manageriali rappresentavano gli unici attori che avrebbero potuto, negli anni 90-2000 accompagnare l’Italia nella transizione digitale e dell’automazione. L’Italia in quegli anni infatti era totalmente sprovvista dei capitali e competenze necessarie, come quelle di startup e capitali di investimento (privati e pubblici), che avevano trainato questa rivoluzione tecnologica negli Stati Uniti. Interessante infine notare che nei paesi neo-liberisti come USA (in primis) e GranBretagna o anche Francia e Germania, lo Stato -nonostante l’adozione delle stesse prassi economiche-sia rimasto molto piu’ presente e direttivo, economicamente parlando, rispetto all’approccio italiano.
Oggi che il mondo torna a parlare di filiere strategiche, reshoring industriale, sovranità tecnologica, sicurezza energetica, protezionismo, dipendenze strategiche, viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe stato se l’Italia avesse mantenuto parte del sistema industriale costruito attorno a IRI ed ENI.
Il dato dirimente che dovrebbe guidare questa riflessione è che la Corte dei Conti ha stimato in circa 152 miliardi di euro il valore totale delle privatizzazioni tra il 1985 e il 2007. Questo dato va confrontato con il PIL attuale dell’Italia di 2300 MLD di euro e sul debito di 3000 MLD di dollari: il risparmio netto ottenuto rappresenta solo il 5% !. Il valore strategico industriale perduto, invece, è stato probabilmente molto maggiore e appare possibile che i policy maker, allora, ragionarono più sulle contingenze del momento (culturali, ideologiche, personalistiche) che su una strategia economico-industriale complessiva.
1. Secondo alcuni critici e storici questo paradigma favorì di fatto il sistema finanziario anglosassone che possedeva borse valori già internazionali, cioè Wall Street e la City londinese, spostando progressivamente il potere economico (e gli investimenti e la generazione del valore) dall’industria alla finanza globale. Negli anni ’80–’90 infatti la finanziarizzazione dell’economia rafforzo’ enormemente banche d’investimento, gli hedge fund e grandi fondi strategici statunitensi. https://feps-europe.eu/wp-content/uploads/2016/08/How-finance-globalized-A-tail-of-two-cities-.pdf
3. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2011/AREL_150211.pdf
4 https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/01/22/britannia-la-vera-storia/5681308/



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