
A partire dagli anni cinquanta del Novecento, l’Italia mise le basi di uno dei sistemi di industria pubblica più articolati d’Europa, riuscendo a creare una complessa architettura industriale, pensata per sostenere lo sviluppo economico del Paese. L’Italia, in quegli anni, aveva avviato un’industria di Stato le cui componenti chiave erano l’innovazione tecnologica, l’indipendenza energetica e la ricerca industriale orientate all’indipendenza strategica.
Sotto la guida di leader politici e industriali quali Alcide De Gasperi ed Enrico Mattei, l’Italia divento’ uno “Stato imprenditore”, abbracciando un modello economico e statale a metà tra il capitalismo liberista anglosassone e il collettivismo sovietico. Il modello “italiano” prevedeva che lo Stato diventasse un attore “diretto” nei settori industriali ritenuti strategici come energia, acciaio, telecomunicazioni, trasporti, infrastrutture, chimica, difesa, meccanica avanzata…
Nel giro di pochi decenni l’Italia si trasformò, così, da Paese prevalentemente agricolo del dopoguerra, alla quinta potenza industriale mondiale degli anni settanta/ottanta, con una percentuale di produzione industriale e manifattura sul PIL tra le più alte d’Europa (30-40%).
Il modello
Dal punto di vista teorico, il modello economico di Stato imprenditore e innovatore, scelto dall’Italia, rifletteva il pensiero dell’economista statunitense John Maynard Keynes: lo Stato ha un ruolo attivo nell’economia per bilanciare gli effetti negativi del mercato e perseguire una strategia politica (es. piena occupazione, competitività…). Lo Stato italiano, cioè, agiva per sostenere la domanda economica tramite la spesa pubblica e per costruire direttamente la capacità produttiva attraverso infrastrutture industriali, ricerca tecnologica e reti strategiche nazionali. In Italia si delineava una forma di economia industriale “mista” che utilizzava le competenze dei tecnici e dei manager, già fiorenti fin dagli anni venti nel Paese, e che derivavano principalmente dagli Istituti Politecnici universitari e dalle scuole tecniche. Le grandi aziende si dotarono di vere e proprie aree dedicate alla formazione mangeriale; una su tutte quella di Olivetti.
L’attore principale di questa infrastruttura era l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), creato nel 1933, in epoca di dittatura fascista, da Alberto Beneduce, un economista ed ex ministro del lavoro del Regno di Italia. L’iniziativa fu la risposta italiana alla crisi economica, bancaria e industriale del 1929. Nel dopoguerra l’IRI diventò uno dei più grandi conglomerati industriali pubblici del mondo, con oltre 500.000 dipendenti e partecipazioni in quasi tutti i settori strategici dell’economia italiana. L’IRI controllava diverse aziende e settori di riferimento quali: Finsider nell’acciaio e siderurgia, STET nelle telecomunicazioni, Finmeccanica nella difesa e aerospazio, Fincantieri nella cantieristica navale, Autostrade nelle infrastrutture, Alitalia nel trasporto aereo, SGS-ATES nella microelettronica, (diventata poi STMicroelectronics) e molte altre realtà industriali italiane.
La politica industriale di queli anni era caratterizzata da economisti e strateghi, che risultavano centrali nel dibattito politico e produttivo: professionisti che sono andati a scomparire, poi, nella galassia della politica italiana, diluiti nella formazione bancaria e finanziaria delle nuove facoltà di economia degli atenei nostrani. Questi “capitani d’industria”, allineati con la direzione politica, riuscirono a costruire un ecosistema industriale dove venivano considerati centrali e strategici tecnologia, energia, manifattura, infrastrutture e ricerca. Tra i nomi piu illustri: Mattei, Olivetti, Valletta, Pirelli…
Insieme all’IRI c’era anche ovviamente l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), derivata dall’ AGIP fondata nel 1926, e che fu guidata da Enrico Mattei. L’Ente era un complesso sistema energetico-industriale basato sull’estrazione del petrolio ma non solo: controllava anche AGIP per la distribuzione carburanti, SNAM per la realizzazione di reti gas e gasdotti, Saipem per l’impiantistica energetica, ANIC per la petrolchimica, Nuovo Pignone per la meccanica energetica, un’azienda di punta per capacità ingegneristiche e tecnici impiegati. Gestiva inoltre raffinerie, ricerca geologica, trasporto energetico e attività petrolifere internazionali. Enrico Mattei tentò soprattutto, con le attività del gruppo, di garantire l’autonomia energetica italiana rispetto alle “Sette Sorelle” che erano (e sono) le grandi compagnie petrolifere angloamericane come Exxon, BP e Shell.-1-. Mattei firmò infatti accordi di collaborazione diretti con Iran, Algeria, Egitto e URSS, offrendo condizioni economiche più favorevoli ai Paesi produttori del greggio rispetto alle major occidentali . Gli interessi di ENI diventarono cosi’ il principale obiettivo di geopolitica italiano nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
Inflazione, privatizzazioni e neoliberismo in Italia
Negli anni settanta, però, il sistema economico-finanziario internazionale entrò in crisi: l’inflazione crebbe, anche per shock energetici esterni, come la crisi petrolifera del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 e la fine del sistema Bretton Woods nel 1971. Tuttavia, il debito pubblico italiano, in quella fase, restò ancora relativamente sotto controllo, intorno al 55–60% del PIL. Negli anni ottanta si affermo’, come contromisura all’inflazione, il neoliberismo, adottato politicamente da Ronald Reagan negli Stati Uniti e da Margaret Thatcher nel Regno Unito. Il neoliberismo era un’ architettura di teorie e pratiche economiche basate principalmente su privatizzazioni, deregolamentazione finanziaria, liberalizzazione dei capitali e riduzione del ruolo economico dello Stato. Gli economisti neoliberisti dichiararono che il Mercato, da quegli anni, si sarebbe dovuto auto-regolare da solo… per meccanismi intrinseci propri e senza interventi dello Sato; i risultati furono invece controversi.
In Italia la prima manovra “neoliberista” arrivo’ nel 1981 con il cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, promosso dal ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. I due, tramite uno scambio di lettere private (2/3), sancirono che la Banca d’Italia non fosse più obbligata a comprare i titoli di Stato invenduti, lasciando quindi fluttuare (verso l’alto) i tassi di interesse del debito. Questo, tra altre cause, espose maggiormente il debito pubblico italiano ai mercati finanziari e ai rialzi dei tassi di interesse. Negli anni successivi il rapporto debito/PIL esplose: dal circa 58% del PIL nel 1980, fino oltre il 120% negli anni ’90. Un aumento derivato fino agli anni ’80 dalla crescita della spesa (disavanzo primario) ma poi soprattutto, come meccanismo che perpetua il debito anche a fronte di avanzi primari positivi annuali, dagli interessi sul debito (costo degli interessi) e che nel 2025, ad esempio, rappresentano il 126% del deficit-disavanzo pubblico annuale (circa 90 mld di euro annui).
Altre manovre di stampo neoliberista furono prese negli anni novanta: si diede avvio alla grande stagione delle privatizzazioni italiane. Le figure centrali e gli esecutori di queste attività finanziarie di cessione di asset pubblici furono Romano Prodi, ex presidente dell’IRI e poi Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, presidente del Consiglio nel 1992 durante la crisi finanziaria italiana, e Mario Draghi, direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001.
Le privatizzazioni vennero presentate come necessarie per entrare nella moneta comune dell’euro, ridurre il debito pubblico, contenere l’inflazione e modernizzare il Paese attraverso il libero mercato.
Nel 1992 si diede anche l’emblematico incontro sul panfilo Britannia, yacht reale britannico, dove esponenti della finanza internazionale, banche d’affari e manager pubblici governativi italiani discussero delle future privatizzazioni italiane. Per molti storici e critici questo episodio diventò il simbolo (lontano dai riflettori delle assemblee democratiche) dell’apertura del capitalismo pubblico italiano alla finanza anglosassone. Il futuro premier Draghi era presente all’incontro e Prodi, che pochi anni prima guidava il gigantesco sistema industriale dell’IRI, gestirà parte della stagione seguente di smantellamento delle partecipazioni pubbliche italiane (Telecom, Autostrade, Ilva, Unicredit, Intesa San Paolo…). – 4-
Anche ENI venne trasformata in società per azioni nel 1992 e progressivamente privatizzata attraverso collocamenti in Borsa negli anni seguenti. A differenza di Telecom Italia, lo Stato mantenne però una quota strategica, attorno al 30%, tramite Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti. Il restante 70% circa fu allocato sui mercati internazionali e in gran parte acquistato da investitori istituzionali globali. Situazione simile si presento’ anche per Enel, Leonardo e le banche tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo ( dal 40 al 60% di partecipazione privata). Leonardo e Fincantieri mostrano anch’esse una forte presenza di fondi internazionali USA e UK, fondi i cui nomi ricorrenti erano (e sono) quasi sempre gli stessi: BlackRock, Vanguard e State Street, i tre giganti finanziari statunitensi che gestiscono complessivamente oltre 20.000 miliardi di dollari di asset.
Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 vennero anche ceduti miliardi di lire di immobili pubblici (ENI in primis), tramite il fondo immobiliare Metanopoli a uno dei fondi immobiliari di Goldman Sachs: sedi direzionali, uffici, patrimoni residenziali, immobili industriali, caserme, magazzini e asset accumulati in decenni di capitalismo pubblico. 5
L’obiettivo delle privatizzazioni era “fare cassa” rapidamente, ridurre il debito pubblico e rispettare i parametri europei di Maastricht necessari per entrare nell’euro. Una parte di queste operazioni venne strutturata con il coinvolgimento delle grandi banche d’affari internazionali come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch e JP Morgan, che in quegli anni assunsero un ruolo sempre più centrale nella ristrutturazione finanziaria dello Stato italiano e che fornivano consulenza, servizi e modelli economico-finanziari di riferimento.
In sostanza, patrimoni accumulati in decenni di industrializzazione pubblica vennero progressivamente trasformati da infrastruttura strategica pubblica ad asset finanziari collocabili sui mercati globali.
Secondo numerose ricostruzioni giornalistiche ed economiche, molte dismissioni pubbliche avvennero in una fase di forte pressione finanziaria sui conti italiani e i leader politici e tecnici dell’epoca vengono accusati di avere ceduto asset strategici a valori inferiori rispetto al loro potenziale di lungo periodo. Quelle stesse figure politiche (Romano Prodi, Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi…) diventeranno -negli anni- centrali in quelle stesse istituzioni europee e internazionali, bancarie, organismi sovranazionali e think thank che avevano, per primi, promosso le teorie e le prassi delle privatizzazioni e della finanziarizzazione dell’economia. Per alcuni osservatori dunque, parte di questa stessa classe dirigente che guidò le privatizzazioni, le liberalizzazioni e l’apertura finanziaria dei mercati in Italia… avrebbe cioè successivamente ricoperto ruoli in istituzioni europee, presso banche internazionali o presso reti accademiche e organismi finanziari sovranazionali che promuovevano quelle riforme, dando cosi’ il via all’opaco meccanismo delle “porte girevoli”.
In pratica, nel Paese, si passò da un sistema industriale pubblico integrato, capace di gestire filiere strategiche e di andare di pari passo ai desiderata politici, a un sistema aperto e globale dominato in gran parte dai mercati finanziari. I meccanismi statali di promozione dell’industria, controllo dei tassi del debito e finanza pubblica lasciarono il passo al volubile, opaco e sofisticato intreccio dei capitali finanziari.
Un trade-off non chiaro
Il passaggio economico alle privatizzazioni e liberalizzazioni è stato supportato dalle teorie economiche dominanti dell’epoca ma, nel passaggio, è lecito domandarsi cosa l’Italia abbia smarrito in termini di direzionalità sulle proprie filiere industriali, demandando il “supporto” a capitali di mercato, spesso esteri, spesso di proprietà della Superpotenza a stelle e strisce.
Un secondo punto di riflessione riguarda il grado di “opacità” che queste attività ebbero nei confronti dell’opinione pubblica, dei cittadini: furono raggiunte per consenso di tecnici, ossia per consenso tecnocratico di governi tecnici, istituzioni finanziare nazionali e internazionali, e accademia di settore. Se da una parte il livello di tecnicismo poteva apparire come una barriera di conoscenza per i piu’, d’altra parte le conseguenze economico-industriali conseguenti hanno determinato riscontri su tutta la cittadinanza. Cittadini che, proprio per questo motivo, potevano e dovevano essere maggiormente informati e coinvolti secondo dinamiche di democrazia piu’ matura.
Se osserviamo poi gli obiettivi dichiarati delle privatizzazioni: riduzione del debito, contenimento dell’inflazione, maggiore efficienza delle aziende pubbliche, il quadro appare controverso se non controproducente.
Il debito pubblico italiano nel lungo periodo è aumentato: da circa 90% PIL nei primi anni ’90 fino oltre il 140% dopo le grandi crisi recenti. E con un punto rilevante da tenere in considerazione: l’Italia dagli anni novanta, fino agli anni correnti, ha avuto quasi sempre un avanzo primario (ha speso meno in servizi pubblici di quanto avesse incassato con le tasse), anche con il divieto dal 2002 di stampare propria moneta e quindi di comprare i propri titoli di stato a interessi calmierati da una propria banca centrale. L’Italia da allora -come evidenziato- paga un’esposizione al mercato internazionale degli interessi sul debito, per allocare i suoi titoli, a un costo di circa 80-90 MLD di euro per anno ! Al contempo, per pareggiare l’esborso, si continua ad attuare una delle maggiore tassazioni sul lavoro d’Europa. Nel mentre gli alti interessi e il lavoro ipertassato (insieme alla bassa produttività) condizionano l’economia reale in modo determinante.
La lettura di queste manovre economiche è che l’Italia, con l’adozione di modelli teorici economici rigidi e non allineati ai suoi interessi strategici industriali, abbia progressivamente perso autonomia industriale e capacità strategica, diventando sempre più dipendente da meccanismi e potenze finanziarie e industriali estere. Dalla seconda metà degli anni novanta la produttività italiana è rallentata drasticamente: tra il 1997 e il 2007 la crescita media della produttività è stata intorno allo 0,4% annuo, meno di un terzo della media europea. Spesso il dato della bassa produttività viene spiegato con la frammentazione produttiva delle piccole-medie imprese italiane, ma anche negli anni ’60-’80 le aziende italiane erano prevalentemente piccole e medie. Al contempo, pero’, c’erano anche grandi gruppi a partecipazione statale e aziende private supportati dallo Stato che fungevano da locomotiva tecnologica, finanziaria e di cultura manageriale.
Si potrebbe dedurre che il ritiro dello Stato dall’economia poteva avvenire, in modo armonico, dove già esistevano grandi luoghi di competenze e risorse finanziarie (stock exchange, fondi investimento, banche di affari) che avrebbero garantito quelle risorse finanziarie non piu’ erogate dallo Stato. In Paesi come l’Italia, dove la finanza non era sviluppata e non attirava/gestiva capitali, è semplicemente rimasto un gap; le aziende prima a partecipazione pubbliche sono finite -spesso- sul menu’ di chi aveva capacità finanziaria di acquisirle. Queste stesse realtà aziendali che avevano ampi reparti di ricerca e sviluppo e competenze tecniche e manageriali rappresentavano gli unici attori che avrebbero potuto, negli anni novanta e duemila, accompagnare l’Italia nella transizione digitale e dell’automazione. L’Italia in quegli anni- infatti- fu sprovvista dei capitali e delle competenze necessarie, come quelle di startup e capitali di investimento (privati ma soprattutto pubblici) che avevano trainato la rivoluzione tecnologica negli Stati Uniti. E’ interessante infine notare che anche nei Paesi che hanno seguito teorie e prassi economiche neoliberiste come gli USA (in primis) e la GranBretagna o anche Francia e Germania, lo Stato sia rimasto comunque molto piu’ presente e direttivo, economicamente parlando, rispetto all’”approccio” italiano.
Mentre nell’ agenda economica globale, oggi, si torna a parlare di filiere strategiche, reshoring industriale, sovranità tecnologica, sicurezza energetica, protezionismo e dipendenze strategiche….viene dunque spontaneo chiedersi cosa sarebbe stato se l’Italia avesse mantenuto parte di quel sistema industriale a trazione del pubblico . Il dato che puo’ guidare questa riflessione è che la Corte dei Conti ha stimato in circa 152 miliardi di euro il valore totale delle privatizzazioni tra il 1985 e il 2007; il numero va confrontato con il PIL attuale dell’Italia di 2300 MLD di euro e con il debito di oltre 3000 MLD di dollari, da cui deriva che il risparmio netto ottenuto dalle privatizzazioni rappresenta il 5% del debito odierno. Il valore strategico industriale che si è perduto, invece, è stato probabilmente molto maggiore e difficile da quantificare. E’ altresi’ possibile pensare che i policy maker di allora ragionarono più sulle contingenze del momento (culturali, ideologiche, personalistiche) che su una strategia economico-industriale complessiva.
1. Secondo alcuni critici e storici questo paradigma favorì di fatto il sistema finanziario anglosassone che possedeva borse valori già internazionali, cioè Wall Street e la City londinese, spostando progressivamente il potere economico (e gli investimenti e la generazione del valore) dall’industria alla finanza globale. Negli anni ’80–’90 infatti la finanziarizzazione dell’economia rafforzo’ enormemente banche d’investimento, gli hedge fund e grandi fondi strategici statunitensi. https://feps-europe.eu/wp-content/uploads/2016/08/How-finance-globalized-A-tail-of-two-cities-.pdf
3. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2011/AREL_150211.pdf
4 https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/01/22/britannia-la-vera-storia/5681308/
5 Staffetta Quotidiana – ENI: oltre 3.000 miliardi dagli immobili. Metanopoli venduta a Goldman Sachs (5 dicembre 2000): cessione da parte di Eni di Immobiliare Metanopoli e di gran parte del proprio patrimonio immobiliare ai fondi Whitehall di Goldman Sachs, il valore complessivo dell’operazione, superiore a 3.000 miliardi di lire.
Wall Street Italia – Immobili: a Goldman Sachs il 90,16% di Metanopoli (1 dicembre 2000): aggiudicazione ai fondi Whitehall del 90,16% di Immobiliare Metanopoli per 1.208 miliardi di lire, nell’ambito di un’offerta complessiva di 2.215 miliardi di lire per il patrimonio immobiliare Eni.
Estates Gazette – Italian targeted by Goldman Sachs (2000):struttura finanziaria dell’operazione, l’acquisizione di Immobiliare Metanopoli da parte del veicolo Asio, controllato dai fondi Whitehall di Goldman Sachs, e la successiva OPA sul capitale residuo della società quotata



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